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Francesco e l’episodio della cetra angelica

cetra angelica san francesco

La Legenda Perusina tramandata dal ms. 1046 della Biblioteca Augusta di Perugia, compendio delle memorie dei primi compagni accantonate per effetto del Decreto Capitolare del 1266, si affianca al florilegio dei tre compagni Angelo, Leone e Rufino, allo Speculum perfectionis ed alla Compilatio Assisiensis integrando utilmente le Legendæ di Bonaventura da Bagnoregio che avevano ottenuto dall’Ordine il riconoscimento dell’ufficialità.

Nel testo, sono narrati vari episodi scelti ed ordinati al fine di testimoniare la santità di vita di Francesco senza corrispondere ad alcun criterio cronologico: nonostante ciò, la città e la valle di Rieti sono lo scenario di numerosi fatti e detti che esaltano le virtù del Santo, come l’episodio della cetra angelica (1571, 24) che suonò per tutta la notte alleviando le sue sofferenze durante il soggiorno in casa di Tebaldo Saraceno.

Francesco era a Rieti per sottoporsi alle cure del celebre oculista che lo avrebbe sottoposto alla cauterizzazione del nervo ottico nell’eremo di Fonte Colombo. Rifiutata per discrezione l’ospitalità offertagli presso il palazzo vescovile, era stato accolto insieme con i confratelli che lo assistevano presso la dimora di Tebaldo nei pressi di via di Ponte, non distante dalla piazza e dalla Curia. Uno dei frati, che nel secolo era stato un apprezzato suonatore di cetra, per timore di essere mal giudicato dalla gente si schermì, rifiutando di mettere in musica una lirica composta da Francesco per la lode di Dio e il sollievo dello spirito.

Frate Francesco si mostrò comprensivo e tollerante nei confronti del compagno così timoroso e sensibile al giudizio del volgo. Così narra la Legenda Perusina: «La notte seguente il Santo stava sveglio. Ed ecco sulla mezzanotte, fremere intorno alla casa dove giaceva il suono di una cetra: era il canto più bello e dilettoso che avesse udito in vita sua. L’ignoto musicista si scostava tanto lontano, quanto potesse farsi sentire, e poi si riavvicinava, sempre pizzicando lo strumento. Per una grande ora durò quella musica.

Francesco, intuendo che quella era opera di Dio e non di un uomo, fu ricolmo di intensa gioia, e con il cuore esultante e traboccante di affetto lodò il Signore che lo aveva voluto deliziare con una consolazione così soave e grande. Al mattino, alzandosi, disse al compagno: « Ti avevo pregato, fratello, e tu non mi hai esaudito. Ma il Signore che consola i suoi amici posti nella tribolazione, questa notte si è degnato di consolarmi ».

Ancora oggi la nobile dimora di Tebaldo Saraceno con la sua severa facciata in pietra, appena ingentilita dalle finestre di età rinascimentale ritagliate nella muratura, si erge solida nel cuore della città, nei paraggi della silenziosa piazzetta che custodisce il centro d’Italia.

A cura di Ileana Tozzi

Sarà possibile  porre alla professoressa Tozzi quesiti sugli argomenti trattati, inviando una email a info@valledelprimopresepe.it

 

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