Francesco da Rieti

Archi del Palazzo Papale - tutti i giorni 09:30-19:30 - entrata libera

Francesco sosta più volte nella Valle Santa reatina. Sicuramente la frequente presenza in città del Papa, con il quale desidera ardentemente conferire per ottenere il riconoscimento della Regola di vita della Sua comunità, costituisce uno degli elementi che contribuiscono alla nascita di un rapporto profondo con i luoghi e gli abitanti del cammino che Egli ha percorso e dove ha trovato riparo.

Un legame indissolubile, quello con la città di Rieti e i suoi abitanti, che perdura ininterrottamente da otto secoli e che le trasformazioni architettoniche e urbanistiche non hanno scalfito.

La natura rigogliosa, il fiume Velino e la ricchezza delle acque dell’intera valle, sono espressione tangibile della poesia che trasuda dai versi del Cantico delle Creature.

Nel tassello conclusivo dell’opera monumentale del maestro Francesco Artese, compiuta in quattro lunghe tappe, risalta la statua del maestro Piero Casentini, incastonata nella scenografia tridimensionale di Sergio Sgherri. Il volto sereno di Francesco e le braccia aperte sono simbolo di accoglienza, del dono di sé agli altri in armonia con la natura.

Il presepe di Francesco: opera di sapienti mani artigiane

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Il presepe monumentale del maestro Francesco Artese, inaugurato il 1 dicembre 2018, è posto all’interno della splendida cornice degli Archi del Palazzo Papale.
Si tratta di un’opera unica, frutto delle sapienti mani di numerosi artisti.
Il capolavoro regala al visitatore una suggestiva immagine: a un occhio attento non sfuggiranno i particolari del borgo di Greccio e alcuni dettagli architettonici della città di Rieti, metafora di un’unione che lega i due luoghi simbolo de “La Valle del Primo Presepe”.


Il maestro Artese ha tratto ispirazione da quanto narrato da Tommaso da Celano nel capitolo XXX della Vita Prima, dedicato proprio al presepio di Greccio.
San Francesco infatti, due settimane prima del Natale 1223, condivise un suo profondo desiderio col suo amico Giovanni Velita, appartenente ad una nobile famiglia del luogo e dotato nel contempo di grande nobiltà d’animo:“Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”. 
Ecco dunque svelata “l’assenza” nell’opera di Maria e Giuseppe a cui sono in genere abituati gli occhi di grandi e piccini.
Le oltre settanta statue sono pezzi unici e molto preziosi, plasmati in terracotta a Caltagirone dal maestro Vincenzo Velardita ,“vestiti” a Napoli dalle sorelle Balestrieri della Nicla Presepi secondo i costumi dell’epoca e dipinti dall’artista Rosa Ambrico. Le campane, le porte e finestre con tanto di cardini e vetri, sono autentiche raffinatezze realizzate a mano dall’artista reatino Gianni Scacciafratte. Pezzi unici artigianali sono anche gli animali, le tinozze e le scope, le ceste e gli stendardi, i comignoli e le quasi seimila tegole che ricoprono i tetti, tutte rigorosamente applicate a mano.

 

Dal perdono alla non violenza:il cammino di Francesco, un percorso verso la riconciliazione

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La seconda opera del maestro Francesco Artese è ambientata nel borgo di Poggio Bustone: sono sapientemente narrati i cinque momenti salienti della vita spirituale del Santo vissuti proprio in quegli ameni luoghi.
Francesco giunge nella valle reatina nell’estate del 1208. Il suo saluto “Buon giorno buona gente” con cui egli desidera augurare il bene a coloro che incontra sul suo cammino, riecheggia fra le vie del borgo.


Il peso dei peccati della sua giovinezza lo fa però piombare nello smarrimento. E’ tormentato e si chiede se Dio possa davvero perdonare il suo passato.
Decide allora di rifugiarsi sulla montagna per piangere e pregare. Ecco dunque accadere l’insperato: la luce sfolgorante di un angelo illumina le tenebre della notte e del suo cuore.
I peccati sono perdonati, le sue colpe cancellate!
Francesco pieno di gioia torna dai suoi fratelli e annuncia che Dio è perdono e misericordia. Insieme ai suoi compagni parte in missione. I loro passi sono accompagnati dalla luce di un nuovo giorno.
Ma il messaggio del Poverello non conosce confini né diversità religiose: per questo egli si reca dal Sultano per donargli un messaggio di amore.
Ottocento anni sono trascorsi dall’incontro con il sultano Malik al-Kamil, da quando partì una spedizione del tutto improvvisata e munita del solo scudo della fede, in cui “Francesco accompagnato da Illuminato da Rieti, si mise alla ricerca del suo interlocutore senza alcun interprete e senza alcuna mediazione”.
L’incontro, come è noto, «si risolse in un nulla di fatto, ma è un fatto cui ispirarsi anche oggi». Perché a trovarsi di fronte furono due personaggi tanto diversi, eppure capaci di farsi vicini: «l’uno si recò nell’accampamento avversario; l’altro l’accolse amorevolmente e lo curò molto umanamente nella sua malattia».

 

Dal dolore alla festa: il miracolo della fraternità

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Dopo Greccio e Poggio Bustone, l’opera realizzata per il Natale 2020 dal maestro Francesco Artese, chiude una sequenza ideale che unisce Fonte Colombo e La Foresta, gli altri due luoghi per antonomasia della Valle Santa reatina.
In primo piano le scene che narrano due degli episodi salienti avvenuti sul Sinai francescano: a sinistra il poverello detta la Regola a frate Leone, suo fidato compagno, sotto lo sguardo attento del frate giurista Bonizio. Il cuore della Regola è vivere il Vangelo di Cristo, in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. Sulla destra invece uno dei momenti più drammatici della vita del Santo: malato agli occhi e quasi cieco, Francesco deve subire l’intervento delicatissimo e dolorosissimo della cauterizzazione. I frati scappano sconvolti quando il medico arroventa il ferro per posarlo sulle tempie di Francesco, ma frate focu ascoltando la preghiera del poverello, non gli farà alcun male.

Ai lati, vicino allo sfondo, la cappella della Maddalena e la roccia dello Speco, fanno ala alla scena del miracolo dell’uva presso il santuario di Santa Maria de la Foresta. Dalle uve mangiate dalla gente e quasi del tutto calpestate, Francesco chiede al povero prete proprietario della vigna presso il quale era ospite, di non disperare e di raccogliere ciò che resta, per poi pigiarlo nella vasca, promettendogli inoltre una produzione di vino più abbondante degli anni precedenti.

Al di là dell’esatta collocazione del miracolo, oggetto di un’accesa diatriba tra gli storici, ciò che conta è che dove c’è fede in Dio, il Vangelo diviene vita possibile, il fuoco si mostra amico e nell’abbondanza del vino si celebra la fraterna accoglienza.

In questo tempo di pandemia, dove sperimentiamo il timore dello stare vicini, costretti ad un isolamento innaturale, possiamo riscoprire la bellezza di un Dio che non ci lascia in balìa della paura e che nei momenti più drammatici non ci abbandona, donandoci la gioia della fede.

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